
Stava seduto al bancone di quella bettola di periferia. Si osservava allo specchio. L'enorme specchio posto alle spalle del barman. E quello specchio pareva che rispondesse al suo sguardo un pò stralunato, un pò interrogativo, mostrando un volto che rappresentava il raccapricciante resoconto della sua giornata. Di quella come di molte altre, forse tutte le altre giornate. Assaporava l'aroma del suo caffè misto sambuca rigirando meccanicamente il cucchiaino. E continuava a pensare pensieri che gli sfuggivano senza che avesse il tempo di dar loro una precisa connotazione. La zampa di un cane di chissà quale razza gli si posò sulla caviglia. La ragazza seduta di fianco che teneva il guinzaglio gli chiese scusa sorridendogli timidamente. Lui rispose solo con un impercettibile gesto della mano destra come a dire: "Non è nulla. E' solo la mia caviglia". Non sollevò e non voltò lo sguardo in direzione di lei. Gli tremavano le dita. Lasciò la tazzina del caffè sul bancone senza averne sorseggiato neppure un goccio. Pagò ed uscì. Salì in macchina, accese una sigaretta, una canzone di sottofondo, sempre la stessa da un paio di mesi. E quindi avviò il motore. Nell'oscurità della notte, lungo la via del ritorno a casa, aveva come l'impressione d'esser l'unico a viaggiare su quel lato della carreggiata. Incontrava solamente auto provenienti dalla direzione opposta. Ad abbagliarlo coi loro fanali. Nessuno che lo superasse. Nessuno da superare. Forse era davvero soltanto una sua impressione. Forse non era lui il solo a viaggiare verso sud. Eppure l'idea che tutto il resto del mondo percorresse la strada in senso contrario non lo abbandonava. Sorridendo di un sorriso agrodolce si diceva a fior di labbra: "Ecco, magari dovrei fare una bella inversione a U e anch'io andare in bocca al luna park del divertimento". Si diceva questo da sempre, ma mai una volta che gli fosse capitato di mettere in pratica un tale proposito. Probabilmente più che un proposito a lui appariva come uno sproposito essendo convinto che qualsiasi direzione avesse intrapreso quel luna park non lo avrebbe trovato. Mai. Aeroplani vuoti gli sorvolavano sopra. Tutti gli aerei che vedeva erano vuoti. Ne era certo. Giunto di fronte al portone della sua palazzina parcheggiò. S'aggrappò al volante. Sospirava. Ora dalla vetrata che dava sulla strada qualche passante poteva vederlo salire le scale reggendosi alla ringhiera. Varcò l'uscio di casa e si buttò a peso morto sul divano. Si accorgeva allora che perdeva sangue agli angoli della bocca. E dagli orecchi e dai bordi degli occhi. Erano le parole degli altri che lo prendevano a pugni. Parole che descrivevano una realtà che non riconosceva, che non gli apparteneva. Una realtà per lui immaginaria. Per nulla aderente alla verità. A quella verità che, se esisteva, per ciò che era in grado di percepirne, gli si parava dinanzi in tutto e per tutto differente rispetto al senso di quelle parole che ora lo stavano selvaggiamente malmenando. Vinto dalla stanchezza e dall'inerzia che ne derivava si rendeva conto di non possedere più energie per difendersi. Quelle parole, ripetute ossessivamente, quelle parole martellanti, le parole degli altri, lo avevano messo kappaò.
Ed aveva finito per crederci.



